Ben trovati, amici delle storie!

Per questo tiepido venerdì di settembre, la nostra redazione vuole regalarvi ancora un po’ di tepore estivo e vi porta nel Messico cupo di Roberto Bolaño​, con il suo intenso “Amuleto“.

Assaporate queste righe con un bicchiere di tequila Espolòn e la voce struggente di Chavela Vargas.

Se non sono impazzita è perché ho conservato sempre il senso dell’umorismo. Ridevo delle mie gonne, dei miei pantaloni a tubo, delle mie calze smagliate, dei miei calzini bianchi, dei miei capelli ogni giorno meno biondi e più bianchi e del loro taglio a caschetto, dei miei occhi che scrutavano la notte del DF, delle mie orecchie rosee che ascoltavano le storie dell’università, le ascese e le discese dei signor nessuno, postergazioni, culi da leccare, adulazioni, falsi meriti, letti tremolanti che si facevano e poi si disfacevano ancora sotto il cielo esterrefatto del DF, quel cielo che io conoscevo a menadito, quel cielo sconvolto e irraggiungibile come una grande pentola azteca sotto il quale io mi muovevo felice della vita, con tutti i poeti del Messico e con Arturito Belano che aveva diciassette anni, diciotto, e andava crescendo mentre io lo guardavo. Tutti crescevano protetti dal mio sguardo! Cioè, crescevano tutti nell’intemperie messicana, l’intemperie latinoamericana, che è la più grande delle intemperie perché è la più netta e la più disperata.