Buon venerdì, amici delle storie. Avete già deciso come passare il fine settimana?

Voi trovate il luogo e il momento adatto: alle buone letture ci pensiamo noi!

Che ne direste di un bel weekend romano? Immergetevi in questo brano tratto da Racconti romani di Alberto Moravia. Procuratevi un bel bicchiere di romanella (il vino leggero dei castelli romani) e accendete lo stereo…

LA BELLA SERATA
In quanti eravamo? Eravamo in sei, due donne: Adele, la moglie di Amilcare e Gemma, la nipote loro di Terni, in gita a Roma; e quattro uomini; Amilcare, Remo, Sirio ed io. Intanto il primo errore fu di far venire Sirio che per via dell’ulcera allo stomaco è irascibile e prende fuoco per ogni nonnulla. Il secondo fu di dar retta ad Amilcare nella scelta della trattoria: siccome aveva da pagare per tre e non voleva spendere, insistette, all’appuntamento in piazza Indipendenza, perché andassimo in un’osteria che conosceva lui, lì vicino: l’oste era amico suo, si mangiava bene, ci avrebbe fatto prezzi speciali.
Dovevamo pensarci prima: che può esserci di buono in quei quartieracci intorno alla stazione? Sono parti di Roma dove non capitano che forestieri di passaggio o coscritti delle caserme del Macao. Dunque, ci avviammo per quelle strade dritte, tra quei casamenti grigi, in un freddo proprio di gennaio, secco e tagliente. Amilcare, che è un mangione, badava a ripetere: “Aho, giovanotti, voglio farmi una mangiata numero uno… questa volta voglio mangiare e bere senza pensare al fegato, ai reni, allo stomaco e alle altre budelle… te lo dico prima Adele, perché tu non cominci con la solita lagna.”
“Per me – disse Adele, una donna secca e triste quanto lui era grasso e allegro
– fai pure… se ne riparla domani.” Remo intanto scherzava con Gemma, una bella ragazza bruna, e Sirio ed io commentavamo le ultime del calcio. Percorremmo così parecchie di quelle strade smorte coi nomi delle patrie battaglie: Castelfidardo, Calatafimi, Palestro, Marsala, e finalmente, a due lumi a palla, con l’insegna “Trattoria Africa”, ci infilammo dentro.
L’osteria, subito ce ne accorgemmo, non era un gran che.
C’era un primo stanzone coi tavoli di marmo per berci il mezzo litro e poi c’era un secondo stanzone diviso in due parti da un tramezzo: da una parte la cucina, dall’altra la trattoria vera e propria con cinque o sei tavoli con le tovaglie.
Per il resto il solito squallore dei locali intorno alla stazione: segatura in terra, intonaco scrostato alle pareti, seggiole sgangherate, tavoli idem, tovaglie rammendate, bucate e per giunta sporche. Ma quello che ci colpì soprattutto fu il freddo: intenso, umido, di grotta. Tanto che Sirio entrando esclamò: “Aho, altro che Africa!… qui c’è il caso di beccarsi una polmonite.”
Faceva effettivamente un gran freddo: nell’osteria i bevitori stavano ai tavoli con il cappello, il cappotto e il bavero rialzato; a respirare, si vedeva nell’aria la nuvoletta, come se fossimo stati per strada. Sedemmo ad uno di quei tavoli, e subito venne l’oste, un omaccione con la faccia tetra, quadrata e gli occhi pesti e malcontenti. Amilcare, tutto allegro, gli domandò: “Sor Giovanni, si ricorda di me?” Ma l’altro, senza sorridere: “Mi chiamo Serafino e non Giovanni… per dir la verità non la ricordo.” Amilcare ci rimase male e cominciò a tempestarlo di domande; quello aggrottava la fronte, incerto, e finalmente esclamò: “Ma sì… lei venne qua a Capodanno, a mangiare lo zampone con le lenticchie.” Amilcare rispose che il Capodanno l’aveva passato a casa; e, insomma, non si riconobbero. Poi l’oste cavò dalla giubba bianca che era tutta una frittella, la lista dei piatti domandando: “Che mangiano i signori?”; e la discussione dei ricordi finì.
Prendemmo la lista e subito vedemmo che c’era poco da ridere: pasta asciutta, abbacchio o pollo, formaggio e frutta. Amilcare per non far cattiva figura insistette con l’oste: “Ma ci avete la vostra specialità… gli spaghetti all’amatriciana.” L’oste disse che ci aveva infatti gli spaghetti all’amatriciana e ordinammo tutti antipasto, spaghetti, chi pollo chi arrosto e chi abbacchio al forno. Per il dolce si disse che ci avremmo pensato. Ma Sirio protestò che voleva la minestrina e l’oste gli assicurò che ci aveva il brodo di pollo. Quindi domandò come volevamo il vino: se bianco o rosso, se asciutto o sulla vena. Decidemmo per il frascati asciutto e l’oste portò i litri, i bicchieri, il pane, le posate involtate nei tovaglioli e se ne andò in cucina.
Amilcare, rinfrancato, domandò: “Che ve ne pare… non si sta bene?” Ci guardammo in faccia e finalmente, interpretando il sentimento comune, Sirio rispose: “Per star bene, vedremo… per ora mi pare di star in una latrina pubblica.” Questa risposta non piacque ad Amilcare che impegnò una discussione agretta: tu sei un guastafeste; e tu vuoi risparmiare; tu ci hai l’ulcera e in trattoria non dovresti andarci; e tu vuoi mangiare ma non vuoi spendere; e così via. Intanto il tempo passava e noi, come sempre avviene nei locali non attrezzati, ci abbottavamo di vino e di pane discutendo del più e del meno”.