Buongiorno, amici delle storie! Avete passato un buon 25 aprile?

Molti di voi si staranno godendo il ponte delle festività.
A coloro che invece aspettano con ansia il weekend dedichiamo questo estratto letterario che contiene un momento di relax, un bagno caldo e meditativo.

L’estratto proviene da “Quella metà di noi” di Paola Cereda, libro che fa anche parte della dozzina in corsa per lo Strega.

Riempite la vasca da bagno, versatevi un bicchiere di liquore al cioccolato e fate partire la canzone!

 

 

“Si sfregava con vigore gli incavi di gambe e braccia, massaggiava le spalle per liberarsi dalle tensioni, si insaponava le orecchie per scacciare il fastidioso retaggio dell’educazione cattolica che aveva accantonato. Che bello peccare, che grande invenzione: era un piacere al quale non aveva rinunciato. Lei aveva peccato eccome, piuttosto spesso e con soddisfazione.

Elenco dei peccati (quasi) mortali e (di certo) carnali della signora Mezzalama.

Primo: aveva avuto un Dio al di fuori di Lui, quando si era buttata nel buddismo ed era stata a un passo dal prendere il Gohonzon, per far posto al quale aveva sgomberato gli antichi liquori del marito da un vano del soggiorno adibito a minibar. A un mese dalla solenne cerimonia si era ritirata per eccesso di pigrizia nell’affrontare la pratica quotidiana.

Secondo: a volte Lo nominava invano, anche se non così spesso come faceva l’ingegnere quando gli scattava la rabbia.

Terzo: santificava le feste con irregolarità e, quarto: in gioventù ai genitori aveva raccontato più di una panzana.

Sul quinto dubitava, strofinandosi al meglio le ginocchia: uccidere no, per fortuna, non aveva ucciso, ma desiderare che qualcuno morisse era peccato? Perché in quel caso poteva barrare la casella.

Anche davanti al sesto si metteva in discussione. “Un atto impuro dipende dal contesto, dal periodo storico e dalla morale, quindi un topless sulla spiaggia di Diano Marina negli anni Settanta era un peccato da mettere in lista o era caduto in prescrizione per decorso dei termini?

Settimo: non rubare.

Al settimo di solito era allo shampoo. Aveva rubato, in successione temporale, un pastello a cera, due pacchetti di cicles alla menta, un profumo da uomo, uno slip di pizzo alla Rinascente e un ombrello all’uscita di un cinema (fuori, però, c’era un gran temporale).

Ottavo: qualche balla l’aveva detta. Ho già finito i compiti, questo taglio di capelli ti sta benissimo, sono alla riunione di condominio, appena posso ti chiamo, ti amerò per tutta la vita, cose così, di peso variabile.

Il segreto non contava perché non era una bugia, bensì un’omissione plateale che non gravava sul bilancio.

Nono: non desiderare l’uomo d’altri non era stato scritto e lei la donna d’altri non l’aveva mai desiderata. Non che ci vedesse qualche cosa di male, non le era capitato e basta.

La roba d’altri invece – decimo – l’aveva desiderata eccome, come un ciondolo di giada che da ragazzina aveva visto nella vetrina di un negozio o un posacenere di alabastro che la signora Laura usava come fermaporte. Eppure non fumava.

A questo punto aveva già un piede fuori dalla vasca.”