Buon venerdì, amici delle storie.
Avete già scelto la lettura per questo weekend autunnale?
La redazione di InkEdit vorrebbe portarvi tra le gelide strade di Mosca, in compagnia di Anton Cechov.
In questo estratto dai suoi “Racconti” si parla di cibo, ma noi vi suggeriamo di accompagnare la lettura con un buon bicchiere di verdicchio e un’intera orchestra in sottofondo…

«Papà, che vuol dire ostriche!» ripeto.
«È un animale… Vive nel mare…»
In un baleno mi raffiguro questo sconosciuto animale marino. Dev’essere qualcosa di mezzo tra un pesce e un gambero. E siccome è di mare, sicuramente servirà per preparare una gustosissima zuppa calda, con pepe fragrante e foglie di alloro, oppure un brodetto acidognolo, o una salsa per gamberi, o un piatto freddo da condire col rafano. Mi raffiguro vivamente come portano quest’animale dal mercato, lo puliscono in fretta, in fretta lo mettono nella padella, in fretta, in fretta, perché tutti hanno fame… hanno una fame terribile! Dalla cucina viene un odore di pesce fritto e di zuppa di gamberi.
Sento che questo profumo mi solletica il palato, le narici, e poco a poco mi invade tutto il corpo… La trattoria, mio padre, il cartello bianco, le mie maniche tutto ha quel profumo, un profumo così forte che comincio a masticare.
Mastico e inghiotto come se nella bocca avessi veramente un pezzetto di quell’animale marino.
Le gambe mi si piegano dal piacere; per non cadere afferro mio padre per una manica e mi stringo al suo umido soprabito estivo. Mio padre trema e si raggriccia dal freddo…
«Papà le ostriche sono un cibo magro o grasso?» gli chiedo.
«Si mangiano vive…» risponde mio padre. «Stanno nel guscio, come le tartarughe, ma è un guscio diviso in due.»
Immediatamente il gustoso profumo smette di solleticarmi il corpo. L’illusione è svanita: adesso capisco!
«Che schifo!» sussurro, «che schifo!»
Ecco che vuol dire «ostriche»! Mi immagino un animale simile a una rana. Una rana che sta dentro un guscio, e di là guarda coi suoi occhi lucenti e grandi, muovendo le sue ripugnanti mascelle. Mi figuro come portano dal mercato quest’animale, nel guscio, con le chele, gli occhi brillanti e la pelle viscida… I bambini di casa si nascondono, la cuoca, facendo smorfie di disgusto, prende l’animale per una chela, lo mette su un piatto e lo porta in sala da pranzo. I grandi lo prendono e lo mangiano… lo mangiano vivo, con gli occhi, coi denti, con le zampe! E lui si lamenta, cerca di mordergli le labbra…
Faccio una smorfia, ma… ma perché i miei denti cominciano a masticare? È un animale schifoso, ripugnante, orrendo, eppure lo mangio, lo mangio con avidità, col terrore di scoprirne l’odore e il gusto. Uno l’ho già mangiato e già scorgo gli occhi luccicanti di un secondo, di un terzo… Mangio anche quelli… Alla fine mangio il tovagliolo, il piatto, le soprascarpe di mio padre, il cartello bianco… Mangio tutto quello che mi capita sotto gli occhi, perché sento che solo mangiando la mia malattia passerà. Le ostriche hanno uno sguardo terribile, sono ripugnanti, tremo al solo pensarle, ma ho fame! Fame!
«Datemi le ostriche! Datemi le ostriche!» un urlo mi si strappa da dentro il petto; tendo le mani.