Buon venerdì, amici delle storie!

Avete già pensato a come passare il weekend? Noi lo trascorreremo insieme a qualche bella lettura, come il romanzo “Tutti vestiti bene” di David Sedaris, di cui trovate un estratto qui sotto. 


Godetevelo con una bella aranciata fresca e una bella ballata…

Quando la mia famiglia si trasferì in North Carolina, inizialmente andammo ad abitare in una casa in affitto a tre isolati dalla scuola in cui avrei cominciato la terza elementare. Mia madre fece amicizia con una vicina, e una sola le parve più che sufficiente. Nel giro di un anno avremmo traslocato di nuovo, ci spiegò, e non aveva senso affezionarsi a persone cui presto avremmo dovuto dire addio. La nostra successiva casa si trovava a circa un chilometro di distanza, e la brevità del tragitto non avrebbe giustificato lacrime, figuriamoci addii. Al limite un “ci si vede”. Ciò nonostante, adottai anch’io l’atteggiamento di mia madre, in quanto mi permetteva di fingere che non avere amici fosse una scelta intenzionale. Volendo, avrei potuto. Era il momento a non essere quello giusto.

Nello stato di New York avevamo vissuto in campagna, senza marciapiedi né semafori; potevi uscire di casa e sentirti ugualmente solo. Lì, invece, quando guardavi fuori dalla finestra vedevi altre case, e dentro quelle case vedevi delle persone. Speravo che, andandomene in giro la sera, avrei potuto assistere a un omicidio, ma i nostri vicini si limitavano perlopiù a starsene seduti in salotto, a guardare la tv. L’unica casa che sembrava davvero diversa apparteneva a un certo signor Tomkey, che non credeva nella televisione. A raccontarcelo fu l’amica di nostra madre, che un pomeriggio si presentò a casa nostra con un cestino pieno di abelmosco. Non espresse opinioni personali al riguardo: si limitò a offrire le informazioni, lasciando che l’ascoltatore ne facesse ciò che riteneva più opportuno. Se mia madre avesse detto “È la cosa più folle che abbia mai sentito” immagino che l’amica avrebbe concordato, e se invece avesse detto “Hip! Hip! Urrà! per il signor Tomkey” è probabile che avrebbe fatto lo stesso. Era una specie di test, un po’ come presentarsi con l’abelmosco.

Dire che non credevi nella televisione era diverso dal dire che non ti interessava. Il verbo “credere” suggeriva che la televisione avesse un qualche piano, e che tu fossi contrario. Suggeriva inoltre che forse pensavi un po’ troppo.