Buongiorno, amici delle storie! Come è andata la vostra settimana?

Qualsiasi sia la vostra risposta siamo certi che avrete accolto il venerdì come una benedizione! Prendetevi lo spazio per un po’ di relax e una buona lettura.

Questa settimana abbiamo scelto per voi un brano da Vincoli di Kent Haruf.

Gustatelo con una bella tazza di caffè freddo (comincia a essere la stagione adatta!) e una bella canzone…

Tra i due, era lei ad avere fegato. Inoltre, nel 1922, quando Edith aveva venticinque anni, doveva essere bella come più non avrebbe potuto. E credo che lo sia ancora, in quel suo modo intelligente, ora che le mancano quattro giorni per compiere ottant’anni e si ritrova convalescente in un letto d’ospedale.
Ma nell’estate del 1922 doveva essere praticamente perfetta. Era snella e sveglia, con gli occhi e i ricci castani. Aveva il seno florido e le mani forti. Con tutte quelle cose di cui lamentarsi, non era affatto lamentosa. Era… al diavolo, non sono capace di descrivere le donne. Ma stammi a sentire, mi spiego meglio: era silenziosa e attenta e pronta ad ascoltarti in un modo che non ti faceva sentire goffo e impacciato nemmeno se eri peggio che goffo e impacciato, anche se a stento ti reggevi in piedi come un puledro appena nato, anche se eri ubriaco come un vitello appena partorito. Ti faceva venire voglia di averla accanto a te in macchina su una strada di campagna, di stringerla, abbracciarla, baciarla, sentire l’odore dei suoi capelli, parlarle, dirle tutte quelle cose che non avevi mai detto a nessuno, tutte quelle cose che stanno oltre le battute e gli aspetti superficiali che gli altri vedono di te, cose che tu stesso non sapevi con certezza di provare o pensare finché non ti sei ritrovato a dirgliele mentre la abbracciavi al buio, nella macchina ferma, perché chissà come era giusto che lei le sapesse e in quel modo sarebbero diventate vere. Edith Goodnough doveva essere davvero sensazionale quell’estate.